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  • Pane Quotidiano di Bianca R. Schroder, Carlotta Scognamiglio e Simone Valente

La volontà di venire a contatto con il privato di ciascun personaggio è qui centrale. I luoghi di questo racconto sono gli ambienti privilegiati della casa, degli studi d’artista, le cui immagini completano le esitazioni e il non-detto dei protagonisti. Il ritratto intimo e quotidiano dell’artista Liliana Moro scandisce le memorie e le riflessioni degli artisti Luigi Presicce, Mattia Paié e g. olmo stuppia, dei galleristi Dora Stiefelmeier e Mario Pieroni e di una senzatetto romana. È possibile per chiunque ri-conoscere e riconoscer-si nel confine incerto tra il proprio stare al mondo e quello degli altri, percependo i confini corporei o mentali come segni di e trasformazione e continuo movimento.

 

  • I ratti che hanno inventato la ruota di Francesca Lilli, Ambra Lupini e Valerio Sammartino

Tre artisti di diverse origini e esperienze, due anziani ex migranti, un monaco tibetano espulso dal suo paese, il regista di una migrazione clandestina si confrontano sul senso del viaggio. Il viaggio come esperienza di vita, come obbligo di fuga, come condizione necessaria, come speranza, come attesa. “Viaggi”, divenuti, spesso, il soggetto principale di percorsi artistici. Attraverso le storie dei protagonisti, i loro racconti, i loro ricordi ma, soprattutto, la loro capacità di tradurre l’esperienza nel linguaggio delle immagini, il documentario indaga e riflette sulla realtà contemporanea dei migranti.

 

  • Contro il muro di Shayan Abasian, Lorenza Fruci e Alessio Rucchetta

Le barriere antiterrorismo che delimitano sempre più gli spazi urbani diventano lo spunto per interrogarsi, ancora una volta, sulla funzione dell’arte contemporanea nella società. L’arte è soltanto capace di creare bellezza, di essere rifugio ideale da una realtà difficile, o può diventare anche un dialogo, un’apertura nei confronti di chi vive situazioni di difficoltà? Il documentario pone una domanda chiara: può l’arte abbattere o, quantomeno, superare le frontiere, intime o geografiche che siano? Un percorso che si snoda, dialogando con persone, situazioni e, soprattutto, con artisti che hanno dedicato la loro ricerca a raccontare e a “intervenire” con le loro opere per cercare di cambiare un mondo sempre più chiuso e incapace di incontrare l’Altro.

  • Morivivì di Enrico Casagrande e Matteo Primiterra

Il film segue su tre schermi paralleli le vite di Osvaldo, Ruben e José, tre giovani archeologi incaricati di lavorare sul sito di Fraternidad, nella Sierra Maestra a Cuba, patrimonio UNESCO dal 2000. Spostandosi a bordo di un camion degli anni ‘50 arrivano al sito archeologico, dove vivono tra tende ereditate dalla Cina comunista e le rovine di una villa coloniale francese, abbandonata tra le piantagioni di caffè. In questa ambientazione surreale il lavoro può attendere, prima bisogna badare alle necessità: inizia il corso di sopravvivenza e il domani incombe.

  • Nel Paese dove gli alberi volano di Jacopo Quadri e Davide Barletti

A Holstebro, in Danimarca, si prepara la festa per i cinquant’anni dell’Odin Teatret, la leggendaria compagnia che con la guida di Eugenio Barba ha cambiato la scena teatrale mondiale del secondo Novecento. Artisti provenienti da tutto il mondo si mettono in gioco sotto lo sguardo impetuoso del regista dai piedi scalzi e dai capelli bianchi. Risuonano a cielo aperto le diverse latitudini del linguaggio dell’Odin e l’origine sempre viva di questa comunità allargata e atemporale, intrico di umanità selvatiche e potenza dell’arte.

  • Lavorare stanca di Emilia Curatola, Luna Pittau e Simone Capoferri

“Lavorare stanca” vuole unire diversi momenti vissuti e registrati a Tavernelle, piccolo paesino della Lunigiana in cui vive una famiglia di pastori.
Il gioco tra immagini e suoni, forme, colori e movimenti che si richiamano fra di loro tenta di ricomporre grazie al montaggio il sistema di relazioni proprio di Tavernelle, composto di una serie di interazioni ritmate e unificanti tra l’ambiente, le persone, le materie, gli animali, i diversi prodotti. In questo modo di vivere particolare, tutti gli elementi hanno un valore proprio e sono allo stesso tempo interdipendenti, s’intrecciano allora vita e lavoro al punto di diventare indissociabili l’uno dell’altro.

  • Allegretto di Francesca Della Seta, Teresa Satta e Ionut Popa

Quanti confini ci si presentano prima di arrivare al confine assoluto? Guardiamo al tempo che passa, cercando nel profondo di quelli che crediamo essere più di semplici templi di carne, fatti di pelle cadente e rughe profonde –  i corpi dei nostri nonni. Guardiamo all’umano come a un’entità, un corpo, un palinsesto, un orologio vivente – concentrandoci nel suo atto finale in cui irrompe la lentezza, le possibilità diminuiscono e i gesti diventano meno, ma più isolati e intensi. Tre giovani nipoti viaggiano insieme per cercare i segni della vecchiaia nella quotidianità di ciascuno dei loro nonni – che “recitano” individualmente, narrazioni differenti sullo scorrere inesorabile del tempo.

  • Scopus di Laura Santini

Scopus è una latinizzazione della parola greca «Scopos» «osservatore», «esploratore», la parola «Har haTsofim in ebraico «il monte dell’osservatore», della sentinella» e «Jabal al-Masharif» in arabo «il monte di guardia», sono i nomi del monte più alto di Gerusalemme che offre una visione dominante.
Per alcuni mesi, ogni giorno osservavo da lassù. Ogni giorno il muezzin canta alle quattro del mattino, a mezzogiorno, alle quattro del pomeriggio e alle sette di sera. Si sente, anche poco lontano dalle strade principali, il forte rumore dei clacson.
Un mattino presto, dal centro di Aqaba, si sono sentiti dei bambini cantare, dall’altoparlante iniziava l’inno nazionale. La domenica ho ascoltato i vespri cantati dai monaci e delle monache del monastero di Abu Ghosh; il venerdì sera la sinagoga era aperta per la preghiera del sabato. Due ragazze arabe studiavano, ripetendo frasi ben scandite in ebraico, proprio come facevo anch’io. Alcuni giovani ragazzi arabi, invece, sopra un albero si urlavano mentre ne rubavano le mandorle acerbe. Il tamburo ha suonato, mentre uscivo, ha suonato più volte e il turno degli armeni era già iniziato mentre i frati attendevano quello latino.

 

  • Horizontes di Paloma Leyton

“Horizontes” si presenta come un dibattito aperto sull’instabilità. La ricerca dell’equilibrio e il rapporto tra il corpo, il suo peso e la gravità, in quanto principi performativi, sono messi in evidenza grazie all’invenzione e costruzione di un nuovo attrezzo. La riflessione è focalizzata sulla propriocezione nella dimensione interna del corpo e sul suo posizionamento in una geografia in perpetuo cambiamento. L’unica costante visiva che non crolla, che non è preda dell’instabilità, sembra essere la linea dell’orizzonte: una linea immaginaria che coincide con la sbarra del trapezio e che marca la separazione tra terra e cielo.
L’orizzonte accoglie una danza minima dove l’interesse non è puntato sulla prodezza ma sulla ricerca dell’equilibrio come fatto straordinario. Una stessa performance è stata realizzata sugli orizzonti di Argentina, Spagna e Francia, sfruttando delle mobilità proprie in questo caso del quotidiano. A ogni caduta, a ogni squilibrio, corrisponde un nuovo panorama. In questo modo, l’instabilità coreografica diventa una realtà cartografica.

  • Archipelago di Camilla Insom e Giulio Squillacciotti

Girato su un gruppo di isole iraniane, Archipelago è un viaggio attraverso antichi miti, suoni, riti di esorcismo e spiriti. Nel Sud dell’Iran, su un gruppo di isole del Golfo Persico, uomini e spiriti convivono da secoli. La cultura e le tradizioni di queste isole sono il risultato dell’incontro tra l’Africa, i paesi Arabi e l’Iran, traducendosi in un insieme sincretico di credenze. Entità spiritiche di origini differenti, chiamate “Bād”, “Vento” in persiano, spostandosi attraverso l’aria e le correnti prendono possesso dei corpi degli abitanti delle isole, richiedendo un rituale musicale per essere quietate: il Rito dello Zār. Grazie a un accesso eccezionale mai dato prima a una troupe straniera, il film racconta storie e paesaggi della vita quotidiana degli isolani e dei loro riti, restituendo uno sguardo inatteso sulla Repubblica Islamica dell’Iran.